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PROFILO BIOGRAFICO

a cura di Federica Riezzo
Quando morì, iI 1
ottobre del 1951, Gaetano Martinez era uno scultore apprezzato
da molti critici.
"Scomparsa di Martinez, uno scultore che non sarà dimenticato",
titola "La Fiera Letteraria" di Roma (1); "Un lutto per l'arte
italiana" scrive Alberto Neppi su "La giustizia"
(2),
e dello stesso tenore sono altri articoli sui quotidiani di tutta la
penisola.
Ma chi era Martinez? Lo scultore di talento cui fu concessa una
sala personale alla Biennale di Venezia del 1942, ma anche I'artista che aveva lavorato in precarie condizioni economiche
in uno stambugio presso Campo dei Fiori a Roma; il destinatario
di premi ed onorificenze durante il trentennio che lo vide
operante nella capitale e, al tempo stesso, un uomo che dovette lottare fino alla fine contro I'avvilente indifferenza degli
ambienti artistici ufficiali e della committenza.
Nato a Galatina (in provincia di Lecce) il 14 novembre del 1892,
Gaetano Martines (questo il vero cognome all'anagrafe, poi
corretto dallo stesso scultore in Martinez forse per ricordare
Ie origini spagnole), appartiene ad una famiglia di lavoratori:
iI padre gestisce come capomastro muratore una piccola impresa
edile. E' proprio a contatto con il lavoro di questi che il
giovane Gaetano scopre la sua attitudine a lavorare la pietra leccese, così malleabile che "per scolpirla si adoperano gli
stessi arnesi che servono per intagliare il legno" (3)
Sono mensole, fregi, capitelli, stemmi, creati per ornare
edifici e ville di privati
(1. 3), i primi
frutti del suo lavoro come scalpellino, intrapreso dopo aver
frequentato solo per qualche anno la Scuola locale di Arti e
Mestieri (corsi extrascolastici serali di disegno per artigiani) ;
se ne era stancato quasi subito il giovane allievo, ansioso di
apprendere, di
studiare, di entrare in contatto con la "vera arte", non con Ie
aride nozioni
tecniche che gli veni vano trasmesse.
I primi segnali, questi, di uno spirito indipendente e
soprattutto conscio del proprio talento che lo conduce in breve
tempo all'insofferenza nei confronti dell'ambien
te della sua
città: i suoi concittadini, infatti, lo rendono spesso oggetto
di atteggiamenti che dall'incomprensione sconfinano nella vera e
propria derisione. II senso di estraneità rispetto al contesto
in cui si trova a vivere è ben espresso da un suo racconto
successivo: "Ma I' ambiente, inadatto per la veemente, sebbene
occulta, voce dell'intimo che mi chiamava a dare forme d'arte alla pietra, mi faceva vivere a disagio e mi velava l'anima con
infinito abbattimento. Si può dire peraltro che il mio spirito
abbia vissuto una silenziosa e profonda tragedia, nel suo
avventurarsi triste verso l'ignoto" (4).
Ma I'"infinito
abbattimento" lascia ben presto spazio alla consapevolezza della
sua vocazione artistica ed al bisogno di alimentare sempre più
Ie sue doti innate attraverso lo studio ed i contatti con un
ambiente artisticamente aggiornato e dinamico, quale quello della capitale.
II miraggio di poter lavorare a Roma assume concretezza gia nel
1911, quando I'appena diciannovenne Martinez vi si reca in
occasione dell'Esposizione Internazionale e vi si stabilisce;
svanendo pero due anni dopo, allorchè, respinto dalle scuole
d' arte e botteghe romane per non aver conseguito la licenza
elementare e bocciato agli esami di ammissione al Regio Museo
Artistico, I'artista, privo di mezzi di sussistenza, deve fare
ritorno a Galatina.
Qui decide di studiare da solo e, stanco di ripetere il
repertorio di motivi ornamentali entro il quale si sente
costretto, "suI finire del 1914 decide di provarsi, quasi di
colpo, in un' opera di creazione"(5) :
è un nudo a grandezza
naturale realizzato facendo posare il fratello Pasquale, subito
distrutto (destino che toccherà anche ad altre opere di epoca
successiva che non riteneva all'altezza delle sue
aspettative), e rimodellato, cui da il titolo di Il dolore
umano (1. 5), opera che rivela l'influenza dell'arte classica ma
anche del simbolismo decadente ormai ampiamente diffuso.
Sono anni di intense sperimentazioni e ricerche, interrotte
forzatamente nel 1916, in occasione della chiamata alle armi (è
intanto scoppiata la prima guerra mondiale, in cui perderà il
fratello Carlo), e riprese quasi subito, quando Martinez, dopo
otto mesi, fu riformato per malattia contratta in servizio e
potè tornare a casa. Ragazzi di strada, contadini, compaesane
prendono vita nelle testine quasi abbozzate, nelle tipiche
"mascherine", nei disegni dal tratto velocissimo.
E' qui che inizia a farsi strada quella "facoltà di fare il
ritratto a memoria", quella vena inesauribile di osservatore
degli atteggiamenti umani che lo spingeva a riempire fogli su
fogli di disegni "di persone che non s'erano mai sognate di
posare per lui" (6).
II primo contatto col pubblico avviene nel 1917, anno in cui lo scultore par
tecipa alla Mostra degli Artisti Pugliesi,
organizzata da AIfredo Petrucci per il Circolo Artistico di
Bari, che lo vede presente con Il sogno del piccolo giocatore
(I. 8) ed alcuni disegni; poi, nel 1920, espone alla Promotrice
di Napoli, che lo mette a contatto con quella scuola naturalistica napoletana di Gemito, D'Orsi, Cifariello alla quale si
possono ricollegare diverse
sue opere di questo periodo. Era sua intenzione studiare presso
uno di questi artisti, Filippo Cifariello; alla richiesta inoltrata da
Martinez di poter
frequentare il suo studio, Cifariello oppose però un rifiuto.
"Ma è sempre Roma la meta agognata, e nel 1922 I'artista vi si
trasferisce definitivamente" (7); "ingenuo e maldestro provinciale,
con un bagaglio di sogni e di speranze" (8) prende dimora in uno
stambugio, precedentemente adibito a stalla, in via Monserrato
29, affollato dalle sculture del "periodo di provincia". La
prima occasione per farsi notare nel panorama romano gli viene
offerta dalla Mostra del Ritratto, organizzata dall'
Associazione Artistica in via Margutta; comincia ad essere
apprezzato dalla critica prima con Caino
(II. I), opera esposta
nel 1924 alIa I Mostra d' Arte Pugliese, caratterizzata da una
forte carica espressiva, poi con Il Vinto (II. 8) , che gli vale I'elogio della Commissione esaminatrice alla III Biennale di
Roma e quello di un artista di fama come Filippo De Pisis.
Frattanto si adopera per tributare al concittadino Toma,
delle cui doti artistiche sarà sempre un convinto sostenitore, un
doveroso riconoscimento: I'apposizione di una lapide commemorativa sulla facciata della
casa dove il pittore era nato. Molti esponenti del mondo
intellettuale ed artistico itaIiano (Antonio Guarino, Filippo
Cifariello, Antonio Mancini, Rodolfo Villani, Arturo
Lancellotti) insieme all'associazione "Apulia" di Roma, aderiscono alla sua iniziativa con una sottoscrizione che permette
poi di inaugurare la lapide a Galatina, completata dal busto in bronzo (II.
30) eseguito dallo stesso Martinez ed
inaugurato nel 1928.
A Roma, frattanto, I'opposizione all'arte di regime non lo
accomuna a nessuna corrente di riferimento, a nessun cenacolo
artistico: il suo isolamento,
la sua solitudine divengono per lui quasi una bandiera, un
vessillo agitato contro chi accetta facili compromessi (9).
Ciò nonostante il talento di Martinez continua a raccogliere
riconoscimenti, e nel 1926 lo scultore completa il suo primo
lavoro di committenza pubblica: quattro statue decorative in
travertino, Ie Virtù Cardinali
(II. 9) create per essere
collocate sull' attico del Palazzo delle Assicurazioni di Roma.
E' questa la prima tappa di una tendenza ad una stilizzata monumentalità verso la quale
lo scultore inclina per breve
tempo ed in modo episodico, rappresentata soprattutto dalle due
statue collocate sui prospetto del Palazzo delle Finanze di
Bari, II Pilota (III. 26.1)
e Mastro d'ascia (III. 26.2) ,
realizzate intorno al 1934, e dalla Allegoria della fertilità
del '38 (II I. 41), al Palazzo I.N.A. di Lecce.
Ma nel decennio dal '30 al '40 la sua arte subirà
un' altra svolta, tornando ai busti, ai ritratti caratterizzati
da un sobrio classicismo e da un'acuta capacità di indagine
psicologica che la critica non manca di segnalare. Nel '39, in
occasione della III Quadriennale di Roma e di un'esposizione
alla Galleria di Roma in cui presenta un compendio della sua
produzione, così si esprime Amadore Porcella: "Ia più vera
personalità artistica del Martinez si è maturata come suo
malgrado e quel che più vale, gli si è imposta alla coscienza"
(10). Non per questo, però, Martinez smette di tentare
nuove vie espressive: la sua è una vicenda che si snoda lungo
un percorso faticoso, complesso, intessuto da slanci in avanti
e successivi ripensamenti, sorretta da un' autocritica
costante.
II rapporto con la
sua terra di provenienza rimane caratterizzato dalla conflittuale coesistenza di affetto e odio, attaccamento e
disprezzo. Pur trascorrendo ogni anno il periodo estivo nella località balneare di Santa Maria al Bagno, ospite dei parenti,
ed evocando specie nella produzione dell'ultimo decennio il
mondo popolaresco e contadino delle sue origini, Martinez si
sentirà sempre respinto ed incompreso dai suoi concittadini.
Due vicende in particolare lo feriscono profondamente: il mancato
conferimento dell'incarico di erigere, a Galatina, il
Monumento ai Caduti della I Guerra Mondiale, e la critica
accoglienza riservata alla sua Lampada senza luce (11. 28)
divenuta nel 1936 fontana monumentale della città. Episodio,
questo, che I'artista commenta con sarcasmo in una lettera
indirizzata all'amico Francesco Bardoscia: "Le cose serie non sono accessibili alla mentalità di codesta brava gente, a cui
piacciono Ie ampollose coreografie artistiche e tutto ciò che
è appariscente, piacevole, gustoso" (12); il disprezzo dei galatinesi
lo fa sentire vicino al conterraneo Gioacchino Toma,
a cui era toccata la stessa sorte: "Ma Toma non poteva restar
solo. Oggi l'incoscienza umana ha creato il triste binomio"
(13).
Nonostante queste vicende, Martinez dona al Comune di Galatina un
cospicuo numero di opere, nel 1930 e nel '35, e tenta in ogni
modo di prodigarsi per la città. "Tu sai" scrive ancora all'
amico Bardoscia nel 1935 "quello che io ho fatto e sarei
disposto a fare ancora per Galatina se le mie condizioni
materiali me lo permettessero" (14).
Lo scultore dal 1928 in poi è divenuto una presenza assidua nelle più importanti mostre di livello nazionale: la Biennale di
Venezia, in cui espone, con qualche interruzione, dal 1928 a1
1950 (nel '42 con una "personale" che la critica troverà
"troppo affollata", Forse per la sua foga di presentare quante
più opere possibile), e la Quadriennale di Roma, che lo vede
partecipe nel '39, nel '43, nel '48, insieme a diverse
esposizioni minori: Ie Mostre d' Arte Marinara tenute a Roma dal
1926 al '29, la Mostra lnternazionale d' Arte Sacra del 1930, la
I Mostra Nazionale del Bambino nell' Arte nel 1932, nella
quale consegue il Primo Premio con Mario
(II. 37), varie
mostre del Sindacato Artistico Laziale e quella del Sindacato
Nazionale tenutasi a Firenze nel 1933, una mostra alla Galleria
Pesaro di Milano nel 1932, e una personale alla Galleria di
Roma nel 1939.
Ma il raggiungimento di una certa fama non si traduce per lui in
un'esistenza più agiata: Martinez, che ha sposato nel '34
Amelia Testa, gia sua modella, del tutto ignorato da chi aveva
il potere di conferire pubblici incarichi, sollecita
inutilmente un interessamento nei suoi confronti attraverso
lettere contenenti progetti ed idee per busti o monumenti in
varie città. Un evidente distacco rispetto agli artisti più in
linea con il regime, una solo formale adesione al Sindacato
Fascista delle Belle Arti lo rendono un "isolato", il suo
carattere fiero gli impedisce di entrare in certi ambienti.
A proposito del rapporto di Martinez col fascismo, è
chiarificatrice una lett
era datata 9 aprile 1945
(15) che
lo
scultore indirizza all' Ambasciatore a Roma dell'Unione
Sovietica: afferma che il suo studio era divenuto raduno di
comunisti che attuavano azioni di disturbo contro i fascisti; di
questi I'unico superstite è lui, poichè tutti gli altri sono
stati fucilati. Un'ostilità vissuta larvatamente durante il
regime, ma intuibile già da un episodio eloquente: I'adozione
di un provvedimento disciplinare (non meglio precisato) da
parte della "Federazione dei Fasci di Combattimento dell' 'Urbe"
contro Martinez che non aveva indossato la camicia nera in una
manifestazione svoltasi il 21 aprile del 1941.
Ed ancora un singolare mezzo di protesta da lui adottato e
ricordato da Virgilio Guzzi: "Ci metteva sott'occhio Ie
cartoline postali indirizzate al Duce nelle quali egli
fieramente protestava contro il gerarca" (16).
Negli anni successivi alla caduta del fascismo e alla fine della
seconda guerra mondiale, varie esposizioni registrano
l'evoluzione del suo stile, la cui sigla dominante è
rappresentata dagli "aItorilievi", scene di vita popolare
animate da pagliacci, bimbi, contadini, in cui scopriamo una
vena narrativa finora inespressa: la Mostra d' Arte Sacra alla
Galleria di Roma nel '46 ,la Mostra del Disegno alla S. Bernardo
di Roma nello stesso anno, la Mostra dell' Animale nell' Arte
nel '48, anno in cui viene insignito delI'onorificenza di
Grande Ufficiale dell'Ordine Reale e Militare d'Inghilterra,
una grande "personale" infine nel 1950 alla Galleria del Secolo.
Qui Martinez presenta, in una sorta di compendio di tutta la sua
carriera, venticinque opere tra figure, teste, altorilievi e
disegni, raccogliendo ampi consensi.
Da qualche tempo, intanto, la sua esistenza chiusa e quasi
ostentatamente avversa ad ogni tipo di "mondanità" si
è aperta
ai rapporti sociali: "Un giorno gli avevo detto" racconta Porfirius con riferimento agli ultimi anni di vita dello
scultore "che per farsi strada nella vita ci vogliono i rapporti
sociali ... Così Gaetano cominciò ad invitare tutti, ed invitò signorinette esistenzialiste ... Fummo i primi a ballare a Roma
il mambo" (17) Ma era ormai troppo tardi per tentare in questo modo
la strada del consenso.
II 1951, anno della morte, è foriero di gioia e al tempo stesso
di delusione per lo scultore: il premio "Einaudi", attribuito
dall' Accademia di San Luca, gli sfugge per un soffio, conferito
al più giovane Pericle Fazzini. Nel mese di settembre, però, con
grande soddisfazione, dividerà con Emilio Greco, cui è legato da
reciproca stima e simpatia, il premio per la scultura alla
mostra promossa dall' Amministrazione Provinciale di Frosinone.
La morte, sopraggiunta il I ottobre a seguito delIa rottura di
un aneurisma dell'aorta toracica, interrompe bruscamente il suo
impegno nel preparare Ie opere da esporre alla IV Quadriennale,
non permettendogli di completare I'ultima fatica, L'offerta ad
Esculapio. La sua salma, traslata a Galatina, verrà tumulata nel
cimitero della città dopo solenni funerali che vedono la
partecipazione di personalità dell'arte, del giornalismo, della
letteratura, accanto a gente comune convenuta a rendere
l'estremo saluto all'illustre concittadino.
Su L'artemoderna
dai neoclassici ai contemporanei, edito nel 1956, Emilio
Lavagnino scriveva a proposito di Gaetano Martinez che lo
scultore "eludendo sia la imitazione di artisti
stranieri, sia quella delle forme novecentesche" aveva conferito alle proprie
creazioni "una assoluta pienezza di vitalità plastica"
(18).
Nel 1992 ribalta la prospettiva Vittorio Sgarbi, che afferma:
"Echi di Andreotti, di Romanelli, di Torresini, di Messina e
soprattutto l'esempio di Arturo Martini si fondono in una
visione originale, anche se mai radicalmente innovativa" (19).
La parabola ascendente di Gaetano Martinez nell' ambito della
critica si potrebbe racchiudere qui, tra questi opposti punti di
vista.
E ci sono voluti molti anni perchè I'equivoco che gravava
sull'artista, quell'equivoco nato dalla sovrapposizione di
arte e vita, dalla confusione tra "isolamento" dal punto di
vista sociale e mancanza di aggiornamento culturale venisse
rimosso. Perchè mai come nel caso del galatinese la "spontaneità", la freschezza dell'ispirazione sono state scambiate per
incultura; mai come nel suo caso il profilo di un artista "tutto
istinto e rapidità" (20), nutrito all'humus dell'arte classica,
volto a modelli come l'arte michelangiolesca ed il naturalismo
ottocentesco ha adombrato la sua vera natura: di artista, è
vero, privo di istruzione regolare, ma che ha saputo, nel corso della sua carriera, accogliere ed interpretare molteplici
suggestioni dell' arte contemporanea. E non a caso Miccoli lo definì nell'85 "il fil rouge che percorre il complesso ordito
dell'arte europea e che si annoda con correnti, personaggi e
vicende rilevanti della nostra storia" (21).
Fin dagli esordi, a Roma nel 1922, Martinez non lascia
indifferenti gli osservatori: è il Caino a fissare un'ipoteca
sul suo futuro, "perchè ha saputo darci una prova tangibile del
gran fuoco che l'alimenta"22, ma soprattutto Il
Vinto, presentato
nel 1925 alla III Biennale Romana.
Tra interventi che spaziano dalla benevolenza all'entusiasmo,
fino al vero e proprio elogio per Ie qualità morali dell'
artista e per la sua "istintualità" (23) spicca finalmente il
parere di un artista, Filippo De Pisis, che in veste di critico coglie non solo I' ispirazione all' antico
(Michelangelo) ma anche gli stretti legami che I'opera
stringeva con artisti contemporanei come Mestrovic e Wildt (24).
Da questo momento in poi, il riconoscimento dei meriti artistici
di Martinez passa anche attraverso il conferimento di vari
premi: il premio della Reale Accademia d'Italia nel 1939, un
premio della Commissione esaminatrice della Quadriennale del
1939 per il Nudo virile
(III. 3), iI conferimento, nel '40,
della cattedra di plastica nella R. Scuola Professionale di
Civita Castellana (25); nel '49 Attilio Crespi e Alfredo Petrucci
gli dedicarono una pubblicazione monografica, edita a Roma dall'
Istituto Grafico Tiberino. L'attitudine a cogliere nelle sue
opere, specie in quelle che hanno per soggetto il mondo
dell'infanzia o dell'adolescenza, stati d'animo mesti e malinconici ha spesso portato i critici a ravvisare dei punti di
contatto con la poetica del concittadino Toma (26)
. Nel 1948 Alberto
Neppi si sofferma su questo aspetto, affermando che nell' "onda
di malinconia e tenerezza rassegnata" che Martinez riversa sui
"bimbi adolescenti del popolo" si possono trovare "inconsapevoli
punti di contatto con il pathos degli umili eroi e delle
atmosfere monacali ed ospedaliere evocate con tanta struggente
linearità d'accenti dal maestro della Sanfelice e del Viatico
all'inferma" (27)
Le numerose "svolte" a cui I' artista rese avvezzi i
suoi contemporanei, salutate talvolta con soddisfazione (28), altre volte
considerate sintomo di "volubilità" (29), trovano la
propria ragion d'essere, secondo Nicola Vernieri, talvolta
nella perenne insoddisfazione dell' artista, talvolta nella
facilità ad essere investito dall'influenza delle mode
imperanti: "Ia suggestione che esercitavano ( ... ) taluni
innovatori ad oltranza o importatori di cifre straniere, lo
irretiva"; eccolo allora intento "ad infrangere a colpi di
martello Ie sue creature spurie" (30)
La sigla stilistica più personale, fissata a partire dal '45 con
la nascita della sequenza degli "altorilievi di tutto tondo",
come Ii definì Valerio Mariani (31), è segnalata come il momento
felice di maturazione della sua tormentata ricerca:
"rappresentano", scrisse Alfredo Petrucci "per sentimento
poetico della vita e dominio della forma, il culmine della sua
attività creatrice" (32)
Ma era in un altro ambito e non in quello strettamente connesso
al valore artistico che Ie qualità di Martinez spiccavano agli
occhi dei contemporanei. In anni non facili per gli artisti "non
allineati" uno scultore che pure partecipa alle più
importanti esposizioni, così si autodefinisce, non senza una
nota di amara ironia, in una lettera datata 16 settembre 1932:
"isolato e solitario pupazzettaro che i nuovi dominatori hanno
messo da parte"". E non per eccesso di vittimismo.
Le poche commissioni pubbliche furono ottenute spesso su
sollecitazione dello stesso
Martinez che rivendicava con
orgoglio i suoi meriti artistici ed in molti casi segnalava I'
ostruzionismo di cui si sentiva vittima. Scrisse ad Achille Starace, invitandolo a segnalare al Governatore di Roma alcune
sue opere da acquistare e destinare alla "Galleria Mussolini"
(34) ;
scrisse anche, ancora senza successo, a Galeazzo Ciano (35).
Il 31
dicembre del 1934 il Segretario della Quadriennale di Roma
Cipriano Efisio Oppo scrive a Martinez: "Ricevo una sua lettera
ove si dicono cose non vere. Ella sarebbe stato di proposito
escluso dall'invito alla Quadriennale, con rinnovato e
documentato ostracismo!" (36). Per diversi anni la presenza di
Martinez alla Quadriennale o alla Biennale di Venezia non sarà
un fatto scontato, ma quasi una conquista ottenuta a Fatica.
Ancora nel 1935, dopo notevoli successi e la positiva
accoglienza delIa Lampada senza luce del '28 e della Cariatide
del '30 (II. 35) alla Biennale di Venezia Martinez scrive ad
Antonio Maraini, Segretario Generale della manifestazione, per
invitarlo a riconsiderare la sua esclusione per l'anno seguente:
"Ella sa che Martinez ... non meriterebbe - particolarmente oggi
una simile condanna così poco opportuna" (37)
Non a caso Porfirius, dopo la sua morte, lesse il rapporto tra
lo scultore e la società del tempo in chiave di un suo
"disadattamento": "Egli fu lo scultore meno venduto d'Italia.
Non fu una sigla commerciale, non seppe essere mondano, così non riuscì ad inserirsi tra gli amatori e i collezionisti che
comprano bene"; ed ancora: "non passò per i buchi delle opportunità e delle occasioni sociali"
(38)
Bisogna attendere la morte, e precisamente il contributo di
Raffaele De Grada prima, di Vittorio Sgarbi, poi, perchè la sua
personalità nell'ambito dell'arte del primo cinquantennio del
secolo venga valutata con lucidità.
"Ha tutte Ie qualità, tutti i meriti", affermava De Grada nel
1974, "per essere considerato uno degli importanti scultori
italiani da sistemare nella storia artistica del nostro
secolo" (39); ancora più esplicito Vittorio Sgarbi, che
nell'ambito degli artisti dell'Italia meridionale, lo
definisce "la personalità più originale negli anni Venti e
Trenta" (40).
E in questa prospettiva che si muove anche la nostra ricerca,
con I'intento di dedicare finalmente a Martinez "una pagina di
storia dell' arte" (41) .
note
I F. BELLONZI,
Scomparsa di Martinez, in "La Fiera Letteraria", Roma, 7
ottobre
1951.
2 A NEPPI, Un
lutto per I'arte italiana: Gaetano Martinez, in "La giustizia",
Roma, 5 ottobre 1951.
3 G. MARTINEZ, Come scrittori, musicisti e artisti vedono se
stessi e i loro critici, in "II Lavoro Fascista", Roma, 19
febbraio 1931.
4 Ibidem.
5 A. CRESPI, A. PETRUCCI, Martinez, Roma, 1949, p. 6.
6 Ibidem.
7 V. SGARBI. Scultura italiana del primo novecento,catalogo della mostra di Mesola. Bologna. 1992. p. 144.
8 G. MARTINEZ. op. cit.
9 Sui modo di considerare se stesso nell'ambito della società
del tempo. cfr. il suo scritto intitolato Ricognizione e
revisione, in "La Gazzetta del Mezzogiorno". 22 febbraio 1941.
10. PORCELLA, Gaetano Martinez scultore, in "La Gazzetta del
Mezzogiorno", 5 marzo 1939.
11 II parroco della città si rifiutava di inaugurare la fontana,
ritenendola "oscena" ed offensiva del senso del pudore dei
cittadini. (Cfr. lettera indirizzata al Podestà dal parroco
della città in data 4 aprile 1936, ASL Fondo Prefettura vers.
VIII b. 120).
12 II brano citato è tratto dalla lettera datata 25 novembre
1935 indirizzata a Francesco Bardoscia, amico di Martinez e
segretario politico del Fascio di
Galatina. La lettera è custodita nell' Archivio Minafra,
Galatina. 13 Ibidem.
14 Lettera datala 23 settembre 1935, e conservata nell'Archivio
Minafra.
15 G. MARTINEZ, Lettera all' Ambasciatore dell'Unione Sovietica.
aprile 1945 (Quademo-diario inedito, nell' Archivio Minafra,
Galatina).
16 V. GUZZI, Lo scultore Martinez, in "II Tempo", I
giugno 1950.
17 PORFIRIUS, Gli Artisti e gli Scrittori delle cave del
Babuino ricordano lo scultore Gaetano Martinez in occasione
delle Celebrazioni Nazionali che
avranno luogo a Roma e a Galarina, Roma 1951.
18 Cfr. E. LAVAGNINO, L'arte modema dai neoclassici ai
contemporanei, Torino 1956, vol II, p.1169.
19 Cfr. V. SGARBI.
op. cit.. p. 21.
20 A. CRESPI. A. PETRUCCI. op. cit . p. 15.
21 Cfr. A. MICCOLl, Gaetano Martinez, in "II Titano", suppl. al
"Galatino", 28 giugno 1985.
22 O. D. CONFETTI,
Gaetano Martinez,
in "Parva Favilla", maggio 1923.
23 Viene principalmente enfatizzato il suo "esser nato
dal nulla", la sua istintività unita ad un'irreprensibile
moralità. Cfr. O. D. CONFETTI, op. cit.: "un'anima semplice ma
vibrante tutta presa dalla nobile febbre dell'arte, desiderosa e
decisa di salire in alto"; C. M. GARATTI, Due artisti, in
"Alfa", ottobre 1923: "senza aver tolto nulla alle scuole, senza
aver calcato mai soglia d'accademia, Martinez si è provato a
scolpire per lo stesso intimo mistero per cui Giotto sulle rocce
di Colle disegnava i montoni del suo branco"; P. Vinci, infine,
(Gaetano Martinez, in "Rinascita", aprile 1925),
lo contrappone
ai "mercatanti e tirapiedi" che pullulavano all'epoca.
24 F. DE PIS IS, Lo scultore Gaetano Martinez, in "II Mondo", 5
dicembre 1925.
25 Sembra che la cattedra sia stata ottenuta per interessamento
di Arturo Dazzi (efr. lettera datata I marzo 1940 indirizzata ad
Arturo Dazzi, custodita nell' Archivio Minafra).
26 Cfr. anche A. Porcella, Arte e d Artisti d'oggi alla III
QlIadriennale. in ''L'Arte''. ottobre 1939: "si esprime con un
linguaggio così intimo, con accenti così umani da richiamarci il
suo grande conterraneo, il nostalgico Toma". Questo accostamento
della critica trova fondamento anche nelle stesse parole di
Martinez, che si sentì vicino al Toma e volle celebrarlo con il
busto in bronzo inaugurato nel 1928 a Galatina.
27 A. NEPPI. Ritratto di Martinez in "II Giornale della Sera". 30
ottobre 1948.
28 "Martinez si rinnova ( ... ) Martinez architetto di volumi
plasticamente umani, ha vinto Martinez scultore neoclassico"
dirà Silvio Marini nel '33, cogliendo la capacità delIo scultore
di indagare una varietà di momenti psicologici dell' animo
umano. (Cfr. S. MARINI. Gaetano Martinez scultore pugliese,
in "La Puglia Letteraria", 31 gennaio 1933).
29 "Capriccioso e
volubile" lo definisce Repaci in occasione della sua
partecipazione alia Biennale di Venezia del '42. (Cfr. L. REPACI,
XIlI Biennaledi
Venezia. Gli italiani, in "L'Illustrazione italiana", 21 giugno
1942.
30 N. VERNIERI, Commemorazione di Gaetano Martinez, Lecce, 1953,
pp. 6-7.
31 V. MARIANI, Scultura di Martinez, in "Idea", 28
maggio 1950.
32 A. PETRUCCI, II galatinese Martinez nel giudizio di un
nostro scrittore, in "Momento-sera", 15 gennaio 1950.
33 La lettera è indirizzata ad un "Illustre Commendatore" di cui
non conosciamo il nome e custodita nell'Archivio Minafra. In
essa Martinez sollecita I' interesse del destinatario nei
confronti di una sua idea per un Monumento all' Agricoltore d'
Italia "il quale glorificasse, in una sintesi di forme
simbolicamente realistiche, il lavoro dei contadini". II suo appello non
ottenne risposta.
34 La lettera, datata 17 gennaio 1934, è custodita nell'
Archivio Minafra; reca la postilla autografa: "Mai nulla mi fu
dato di ottenere da tanto "Gerarca".
35 Nell' Archivio Minafra
è
conservata la lettera che Martinez ricevette in risposta. non
datata.
36 La lettera è custodita nell' Archivio Minafra.
37 La lettera, datala 22 ottobre 1935, è custodita nell'
Archivio Minafra.
38 PORFIRIUS, op. cit.
39 R. DE GRADA, Per Martinez una pagina di storia dell'arte,
estratto da "Nel mese", gennaio-febbraio 1974. E' il discorso
inaugurale della retrospettiva tenutasi nell'ottobre 1974 alla
Galleria "Arte-Spazio" di Bari.
40 V. SGARBI, op. cit., p. 21, e Id., Gaetano Martinez. La forma
senza tempo, in "II Galatino". 27 giugno 1996.
41 R. DE GRADA, op. cit. Come ulteriori testimonianze della
fortuna di Martinez successiva alla sua morte sono da segnalare
gli apprezzamenti di Fortunato Bellonzi, di Christine Farese
Sperken, di Ilderosa Laudisa, e Ie varie esposizioni promosse in
ambito locale.
