GAETANO MARTINEZ
l'uomo e lo scultore - opere

HOMEBIOGRAFIAOPEREMOSTRECATALOGHITESIBIBLIOGRAFIACREDITS

 

Opere 1908 - 1922

 

materiale  tratto dal catalogo "GAETANO MARTINEZ SCULTORE" curato da FEDERICA RIEZZO e GIANCARLO GENTILINI  (per gentile concessione dell'editore ENRICO FILIPPUCCI - R&R  Editrice )

-------------------------------------

 

 

Artista autodidatta nel vero senso del termine (non conseguì neppure la licenza elementare) Gaetano Martinez apprende da giovanissimo, nella città in cui nasce, Galatina, i primi rudimenti dell'arte dello scalpellino di pietra leccese.

Lavorando con il padre, titolare di una piccola impresa edile, il giovane Gaetano inizia a scolpire lapidi funerarie (Lapide di Anna Maria Codazzo,I.2) e ad abbellire le facciate di alcune abitazioni con intagli in pietra leccese (Villa Lisi, I. 3) attingendo ad un repertorio eclettico che cita soprattutto modelli quattrocenteschi ma anche motivi del repertorio moresco.
 

II primo tentativo di un trasferimento a Roma, avvenuto nel 1911 ma conclusosi solo due anni più tardi apporta un decisivo aggiornamento ai suoi studi  basati sull' ammirazione sconfinata per Michelangelo: nel Dolore Umano del 1915 (I. 5) il simbolismo decadente si fonde alla sinuosità soffusa di Bistolfi per dare vita ad un' opera in cui, più che la sofferenza evocata dal titolo, è espressa una malinconica dolcezza.

Le opere successive nascono invece dal sovrapporsi di un'altra componente su quella classicheggiante: il verismo che si ricollega alla scuola napoletana di Gemito e d'Orsi, un verismo che si distacca nettamente dall'eredità dei grandi scultori salentini come Eugenio
Maccagnani e Antonio Bortone, caratterizzala da un'interpretazione in chiave monumentale e celebrativa. L'approccio di Martinez, che non sconfina mai nella denuncia sociale, si distingue per un modo di guardare agli "umili" del tutto privo di paternalismo ma venato da un vago evangelismo che potrebbe trovare un corrispettivo letterario nel mondo deamicisiano.

La scelta di soggetti del quotidiano porta in questo momento ad opere riuscite, come il sogno del piccolo giocatore (I. 8), ma anche a quadretti "di genere" verso i quali lo scultore si sentì spinto, come egli stesso racconta, da "ragioni economiche dolorose" 
1.

Mentre nel Sogno del piccolo giocatore, che si accosta allo stile del leccese Giurgola, è ravvisabile uno spiccato accento poetico che predomina sulla resa dettagliata del vero, I'osservazione minuziosa e quasi fotografica inficia ritratti come Giovane popolano del 1917 (I. 9) e Ritratto del 1918 (I. 13). Il filosofo (I. 10) si accosta invece al gusto archeologico e neocinquecentesco di Gemito e Cifariello.

Ma sono anche Rodin e Medardo Rosso i modelli cui Martinez guarda in questi anni di formazione: in Fanciulla (I. 17) e nel Wagner (I.11) il richiamo ad una scultura che renda la fusione con I'atmosfera si traduce in una modellazione scabra. quasi abbozzata.

Ragazzo imbronciato (I. 16) del 1919, Scugnizzo del 1920 (I. 19), Bimbo assonnato del '21 (I. 22) rappresentano Ie tappe di uno stile che, dal naturalismo narrativo, passa all'acquisizione di una sintesi volumetrica più moderna. Ma segnano anche la predilezione per i soggetti del mondo dell'infanzia ritratti in atmosfere di mesta rassegnazione che sembrano presagire un destino di rinunce. su cui lo scultore riversa un'onda di tenera partecipazione: un'infanzia che si accosta allo spirito del concittadino Toma.

D'altra parte la scelta di raccontare i turbamenti, Ie sofferenze dell'uomo è enunciata in modo chiaro in un passo databile tra il 1917 e il 1919:
"L'artista farà vera opera d'arte quando egli stesso si commuove di quello che fa. I grandi pensieri e Ie grandi cose nascono a colui che ha maggiormente sofferto".
2.

Una sofferenza dovuta in questi anni all' intolleranza verso I'ambiente retrivo che lo circonda e che lo spingerà ad inseguire il sogno di gloria nella capitale.

1. Notazione autografa posta sui retro della foto del Nudo riverso. I.4. Archivio Minafra, Galatina.

2. A. Vallone. Gaetano Martinez, in "Nuova Antologia", aprile 1975, p. 586.


 

 

I.1

Allegoria dell'Estate, 1911 dat.

bassorilievo, terracotta dipinta, cm. 70x51 x7

Galatina. Rosa Alba Martines.
In alto a destra: "G. M. 1911".

Fra le opere datate di Martinez a noi note questa risulta la più precoce, e compare, insieme ad altri simili rilievi di soggetto allegorico e mitologico (tra i quali il n. r. 2), in una foto d'epoca con I'iscrizione
autografa "L'inizio della mia carriera/i primi lavori / composizioni.
figure da car(toli)ne e di maniera /G. Martinez dal 1908 al 1910"
conservata (come molte altre che segnaleremo nelle schede successive)
nell'archivio del prof. Carlo Minafra di Galatina.
Si tratta di un bassorilievo decorativo, ispirato dal mondo c1assico e da modelli cinquecenteschi, secondo un gusto assai diffuso verso la fine dell'Ottocento, raffigurante una giovane donna tra putti festanti in un'ambientazione agreste: probabilmente un'allegoria dell'estate, o una Venere tra amorini. Le figure femminili ritratte in chiave allegorica saranno ricorrenti nella produzione dello scultore fino
all'inizio degli anni Trenta.

 

I.2

Lapide di Anna Maria Codazzo, 1910 ca.

 bassorilievo, pietra leccese,
cm. 47x 197 Galatina, Cimitero Comunale.

La lapide sepolcrale, riprodotta insieme ad altri lavori giovanili in una foto d'epoca con I'iscrizione autografa "L'inizio della mia carriera / i primi lavori / composizioni, figure da cartoline e di maniera / G.
Martinez dal 1908 al 1910" (cfr. I. I), fu eseguita antecedentemente al primo soggiorno romano (1911). Raffigura un'urna in forma di croce incorniciata da motivi floreali di valore simbolico (foglie di palma e
di alloro, rami di quercia e tralci con capsule di papavero, etc.) presso la quale siede un angelo che piange asciugandosi le lacrime; e nelle due tabelle laterali, protomi alate, coppie di serpenti ed altri
elementi decorativi che alludono anch'essi al trascorrere del tempo, alla morte e alla resurrezione.

Si riscontra qui una singolare esuberanza decorativa, in seguito estranea a Martinez, e un gusto eclettico neo-rinascimentale che si sofferma su modelli quattrocenteschi: nella posizione del putto e
infatti evidente il richiamo al sarcofago del sepolcro Coscia di Donatello e Michelozzo nel Battistero di Firenze.

I.3

Decori architettonici di Villa Lisi, 1914/16 ca.

pietra leccese
Galatina, strada provinciale per Noha.

Le decorazioni, eseguite nel periodo in cui Martinez apprendeva I'arte dello scalpellino a Galatina, impreziosiscono la facciata della villa, di semplice impianto. I fregi e gli intagli che inquadrano il portale d'ingresso e le due finestre laterali rivelano lo studio di un repertorio eclettico che attinge soprattutto a motivi moreschi e medioevali, accordandosi all'indirizzo decorativo prevalente nelle ville salentine di primo novecento.

I.4

Nudo riverso dolente (II Dolore Umano ?) 1914-15

statua, creta, grande al vero
Opera non portata a termine e distrutta.

Bibl.: Crespi e Petrucci 1949, p. 18.

L'opera è documentala da una foto dell' Archivio Minafra, che ritrae I'autore (di cui però non si scorge il volto) intento a plasmare un giovane nudo disteso, con la didascalia autografa: "Primo contatto col vero 1914-15. Lavoro non portato a termine perché non soddisfatto benché mio fratello Pasquale mi aiutasse a (sic) posare".
E' possibile che si tratti di una versione iniziale del Dolore Umano (I. 5).
Secondo Crespi e Petrucci, in precedenza, "sui finire del 1914", Martinez aveva infatti "impostato un nudo grande al vero, su modello vivente" che "disfece subitamente, per insoddisfazione".

Prima significativa "opera di creazione" affrontata dallo scultore, lo rivela coinvolto, certo grazie al primo soggiorno a Roma in occasione dell'Esposizione Internazionale del 1911, dal simbolismo tragico ed esistenziale. che verso la fine del primo decennio aveva animato gli scultori italiani più giovani e aggiornati.

I.5

II Dolore Umano, 1915 dat.
statua, gesso, cm. 67x65x60

Galatina, Museo Civico (inv. n. 1 23).
Sulla base: "G. Martinez 1915".
Bibl.: Crespi e Petrucci 1949, pp. 6, 18; Mezio 1955; Antonaci 1955: Specchia 1991.

"L'esasperazione del suo anelito" ricordano Crespi e Petrucci "si risolve nel titanismo di un nudo che egli chiama "II dolore umano" e che, a Galatina, testimonia come il miraggio di una forma perfetta, animata da un contenuto sentimento, fosse già, da allora, la sua più profonda ambizione" nell'espressione del giovane dal capo appoggiato languidamente su un masso, ora mutilo del braccio e della gamba a sinistra, più che la sofferenza evocata dal titolo, un "dolore" ancora gridato dal Nudo riverso di poco precedente (I. 4), si può leggere una delicata dolcezza, un malinconico abbandono.

 Simbolismo decadente e sinuosità bistolfiana si fondono in un'opera in cui il senso di sofferenza e affidato, più che alla contrazione dei tratti somatici, ad una posizione statica che costringe il corpo, quasi comprimendolo.
Nella foto dell' Archivio Minafra il giovane non ha Ie membra mutile: non siamo però certi che si tratti della medesima opera data la diversità della base ove la Figura si appoggia. Da una notazione autografa apposta sulla stessa foto, apprendiamo che Martinez si servì, come modello, di un operaio di suo padre. E ' da segnalare I'affiorare da un incavo della roccia,di un volto: soluzione adottata poi nel Caino.

I.6

Nudo disteso, 1915
statua, gesso, cm. 47x 167x75

Galatina. Museo Civico (inv. n. 125).
Bibl.: Confetti 1923: Vannutelli 1925, pp. 133-34: Crespi e Petrucci 1949, p. 18.

La titolazione generica (talora indicata anche come Nudo al vero) e la data si desumono da una notazione autografa su una foto conservata nell'Archivio Minafra e dai riferimenti bibliografici (Crespi e Petrucci). Su un'altra foto Martinez precisa che l'opera segue a breve distanza la realizzazione del Dolore Umano, e certamente è orientata nella medesima direzione.
II giovane, "esautoralo di forze, di una bellezza plastica e di una tale armonia e forza anatomica che rasenta I'incredibile" (Vannutelli, p. 133), richiama infatti nell'abbandono del corpo e nella torsione del busto, che ripropone quanto sperimentato nel primo Nudo distrutto (I.4), così come nel braccio posato sulla fronte, l'iconografia della "sconfitta" o del "peccato", e quindi del "dolore". di matrice decadente: tale modello era stato divulgato dalla pittura di Sartorio ed era molto in voga agli inizi del novecento.

I.7
Ritratto di vecchio (Signor Tondi), 1915 dat.

testa. gesso dipinto a bronzo, cm. 56x32.5x 17

Galatina, Museo Civico (inv. n. 61).
Sul retro: "G. Martinez 1915"
Esp.: Roma 1923.

Bibl.: Cancogni 1937.

Su una foto dell'epoca custodita nell' Archivio Minafra possiamo leggere la didascalia autografa: "Prima testa dal vero". L'opera presenta un'austerità da ritratto classico, ma nella meticolosa definizione fisionomica e dell'epidermide emerge quella cultura di tradizione verista che qualificherà gran parte della produzione giovanile di Martinez.

I.8

Il sogno del piccolo giocatore (Il piccolo cerinaio sognante), 1917
dat. Statuetta. terracotta. cm. 11 x39x34
Galatina. Rosa Alba Martines.
Sulla base, "Martinez 1917 - II sogno del piccolo giocatore".

Altri esemplari:
a) Lecce, Museo Provinciale: bronzo (inv. n. 9000);

b) Matino, Banca Popolare Pugliese: bronzo;

c) Galatina, Rita Martines: bronzo.
Esp.: Bari 1917: Lecce 1924 (bronzo).
Bibl.: Confetti 1923: Garatti 1923: Marti 1924. pp. 220-21. 25: Vannutelli 1925, p. 134; Vinci 1925;
Foscarini 1936, p. 256; Crespi e Petrucci 1949, p. 10; Antonaci 1951 e 1955; Petrucci 1971, fig. 155; De MIarco 1981. p. 9; Marrocco 1994, p. 4.

Frutto dell'osservazione della condizione dell'infanzia nella sua terra, questo scugnizzo ritratto in un momento di sogno, di abbandono, di arrendevolezza quasi, che stringe in una mano i dadi, nell'altra Ie
carte. "rivela ... il triste fato d'una indifesa moltitudine di adolescenti" (Vinci) costretti dalla vita a destreggiarsi e a lottare contro molte tentazioni, e talvolta a cadervi, a causa della loro miseria. Nel percorso stilistico degli anni precedenti al trasferimento a Roma, caratterizzato da inclinazioni naturalistiche, I'opera rappresenta una tappa rilevante, per la felice sintesi tra ispirazione e resa formale e per il suo essere sintomatica di una vera e propria temperie spirituale delI'epoca, di un modo di guardare agli "umili",agli "sconfitti".

L'atteggiamento di Martinez non sconfina mai nella denuncia sociale né è animato da alcuna carica eversiva, come invece spesso succedeva nel verismo a sfondo sociale. Resta piuttosto nell'ambito dell' umana commozione, delIa pietà,di quel richiamo ad un vago evangelismo che in letteratura aveva trovato espressione in Edmondo De Amicis e Mario Rapisardi, facendo dello scultore una sorta di erede spirituale della pittura del conterraneo Gioacchino Toma. Influenzata dal verismo di Gemito e della scuola napoletana. (ricordiamo II giocatore di carte di Vincenzo Gemito, di analogo soggetto, e II riposo del pastoreIlo di Raffaele Belliazzi), si può accostare ad opere del leccese Raffaele Giurgola, come lo Scugnizzo oggi presso la "Società Operaia" di Lecce, di poco precedente (1916).

Come ricorda Alfredo Petrucci II piccolo cerinaio, "cotto in un forno di mattoni",venne esposto nel 1917 alla Mostra di Artisti Pugliesi allestita presso il Circolo Artistico di Bari in Palazzo Fizzarotti dallo stesso Petrucci,cui lo scultore ancora "povero ed ignorato" I'aveva sottoposto insieme a numerosi disegni; e fu questa "Ia prima volta che Martinez prese contatto col pubblico".
L'esemplare in bronzo, presso il museo di Lecce, è stato acquistato il 27 luglio del 1988, mentre quello attualmente di proprietà della Banca di Matino è stato venduto da uno degli eredi il 3 gennaio 1995.

I.9

Giovane popolano,  1917

testa, terracotta
Ubicazione ignota.

Bibl.: Lancellotti 1926.

L'opera, nota da una foto dell' Archivio Minafra, con la datazione 1917, e dai giornali dell'epoca, è anch'essa legata alla lezione di Gemito e al verismo "di genere" della scuola napoletana di fine Ottocento; indirizzo che peraltro consentiva un considerevole riscontro commerciale.

I.10

II filosofo, 1917 dat.
erma, terracotta patinata, cm. 50x46,5x39

Galatina, Museo Civico (inv. n. 121).
In basso, a sinistra: "il filosofo Martinez dicembre 1917".

Bibl.: Coi 1997, p.39.

E' senza dubbio il michelangiolesco Mose I'archetipo più diretto di questa testa, condotta con un fare naturalistico accentuato nelle rughe che solcano il volto, ma soprattutto nei volumi esuberanti della barba, che "danno vita ad un'ideale cascata materica che dal volto si getta freneticamente" verso il basso (Coi).
Questi aspetti possono richiamare la scultura di Filippo Cifariello con il quale Martinez entra in contatto in occasione della sua partecipazione ad una "Promotrice" napoletana,  chiedendogli anche di entrare come discepolo nel suo studio. D'altra parte nel taglio ad erma e nelle orbite scavate I'opera si accosta al gusto archeologico di Vincenzo Gemito, incline anch'egli in specie nell'attività tarda, a virtuosistici e dichiarati recuperi della scultura del Cinquecento.

I.11

Wagner, 1918
maschera, terracotta dipinta a bronzo, cm. 25,5x22x 19,5

Galatina, Rita Martines.
Sulla parte superiore: "G. Martinez".

Altri esemplari:
a) Galatina, Rita Martines: bronzo;

b) Ubicazione ignota: bronzo.

Esp.:Roma 1923 (Casa d'Arte Palazzi); Roma 1924: Milano 1932.
Bibl.: Vannutelli 1925, p. 134: Vinci 1925; Lancellotti 1926: Ruinas 1927: A. V. in ''La Gazzetta del Mezzogiorno", 1932; S. M. in "La Puglia Letteraria", 31 gennaio 1933: Foscarini 1936, p. 256.

Condotta con fare impressionistico, a metà strada tra Rodin e Medardo Rosso, questa "maschera vigorosa" (Ruinas) ha colpito  la critica soprattutto per la capacità di cogliere, con pochi tratti, la fisionomia del genio intento a concepire la sua creazione, a captare un'intuizione. Secondo Vinci, è "impressionante" il modo in cui lo scultore è riuscito a rendere e quasi a materializzare  la statura morale dell'uomo tratteggiandone la fisionomia.
D'altra parte I'opera sembra imparentata con altre effigi di musicisti celebri assai diffuse, attraverso repliche in bronzo e gesso, nell'arredo borghese di inizio secolo, come la popolare maschera funeraria di Beethoven e il celebre busto di Giuseppe Verdi realizzalo da Gemilo nel 1873. Un esemplare in bronzo fu acquistato nell'aprile del 1941 dalla Confederazione Fascista dei Professionisti e degli Artisti di Roma.

I.12

Lapide di Costantina Ripa de Serafini, 1918 ca.

bassorilievo, pietra leccese cm. 46.5x95

Galatina, Cimitero Comunale.
In basso a destra: "M. G."


La lapide raffigura un angelo che depone un mazzo di rose presso un sepolcro, dal quale emerge una figura evanescente, allusiva all'anima della defunta (e forse un suo ritratto). L' opera, rispetto alla lapide funeraria realizzata nel 1910 ca. (I. 2) denota I' aggiornamento del gusto e dei modelli di riferimento di Martinez dopo il primo soggiorno romano, denunciando un accostamento alle tematiche simboliste con una palese attenzione all'esempio di Bistolfi, ormai referente privilegiato e quasi d'obbligo per la scultura decorativa di epoca Liberty, e soprattutto per la scultura funeraria.

I.13

Ritratto (Mio zio), 1918

testa, terracotta

Ubicazione ignota.
Bibl.: Serra 1940.

L'opera è attentamente commentata dal Serra, che nota come "Ia ricerca di una forma volumetrica pura" si coniughi ad una descrizione dei lineamenti e dell'abbigliamento "troppo fotografica, pur rivelando una non comune penetrazione ed acutezza nel cogliere i segni del disfacimento senile".

I.14

Ritratto della zia (Nonnina), 1918

testa, bronzo
Ubicazione ignota. Esp.: Galatina 1979.
Bibl.: Serra 1940: Miccoli 1979 (fig. 6).

Opera di concezione analoga alla precedente (I.13), ma con una modellazione più fluida e impressionista, che denota un'inclinazione a superare I'eredità verista, più presente - come e ovvio - nella ritrattistica.

I.15

Composizione allegorica (Allegoria del sacrificio ?), 1918-19 dat.
bassorilievo, terracotta patinata con cornice in legno, cm. 77.5x44
Galatina, Museo Civico (inv. n. 81).
In basso a destra: "G. Martinez 918-19" .

Sulla cornice, a sinistra: "G. Martinez - studio".

L'opera, di accentuata impronta simbolista, presenta una Figura nuda di uomo ripetuta da tre punti di vista, davanti ad un'ara ardente. Potrebbe essere interpretata come un'allegoria del sacrificio dei caduti della prima guerra mondiale (nella quaIe era morto il fratello Carlo), come studio per una targa commemorativa ad essi dedicata.
Nella composizione schematica e nella modellazione geometrizzata, astrattiva, Martinez sembra ora guardare alla linea 'secessionista' (affermatasi in Italia proprio in occasione dell' Esposizione romana
del 1911 da lui visitata) . Forse alla scultura di Cambellotti, Zanetti e Wildt, orientandosi già verso quella stilizzazione formale che caratterizzerà la sua produzione intorno al 1925.

I.16

Ragazzo imbronciato, 1919

statua, terracotta
Già Milano, Silvio Monti.

Titolo, data e proprietario sono desunti da una notazione autografa su una foto dell'epoca custodita nell' Archivio Minafra.
L' opera presenta ancora molti punti di contatto con iI naturalismo "di genere" della scuola napoletana (efr. I. 8). Ma la modellazione 'impressionistica' raggiunge qui una maggiore violenza espressiva, che,
unita a notazioni più crude (le 'scarpacce' enfatizzate come nella scultura di Meunier), allinea Martinez col verismo sociale di primo Novecento.
II sentimento di mesta rassegnazione che in quest'opera, e in altre che la seguiranno in questa fase, come il Bimbo assonnalo del '21 (I. 22), avvolge bimbi e adolescenti sembra dovere molto all'infanzia ritratta dal concittadino Toma: un'infanzia "da orfanotrofio", malinconica e silenziosa, su cui I'artista riversa un'onda di tenerezza.
Nella Scheda informativa compilata nel 1933 per l'Archivio Storico d'Arte Contemporanea di Venezia, alla voce "possessori delle opere principali" Martinez indicherà solamente "il costruttore Silvio Monti", proprietario di quest'opera.

I.17

Fanciulla, 1919-1920 dat.

Testa, terracotta, cm. 25x23x 17

Galatina,Rosa Alba Martines.

Sul collo, a sinistra: "1919"

sui capelli, a destra: "G. M. 920".

Altri esemplari:
a) Galatina, Mariapia Martines: bronzo;

b) Matino, Banca Popolare Pugliese: bronzo

Esp.: Roma 1939 ("Galleria di Roma"): Galatina 1986 (a).
Bibl.: Maselli 1939; Serra 1940; Crespi e Petrucci 1949, tav. I;Petrucci 1971, fig. 158; M. e R. Martines 1986 (fig. 18); Marrocco 1994, p. 2.

Ulteriore testimonianza del periodo giovanile influenzato dall' impressionismo di Medardo Rosso, cui Martinez guarderà  di nuovo intorno al 1940-45, questa testa è ritenuta da Serra un episodio effimero nel percorso dello scultore, che si sarebbe accostato ad uno stile non profondamente sentito, scadendo in un "decorativismo fragile nella sua vaga eleganza". Come nel Wagner (I.11). il richiamo ad una scultura che renda efficacemente I'impressione di fusione con  lo spazio circostante si traduce in un modellato scabro, quasi abbozzato alla Rodin; il bronzo, oggi di proprietà della Banca di Matino, è stato acquistato il3 gennaio 1995 da uno degli eredi.

I.18

Carducci, 1920 ca.
Testa, terracotta, cm. 32x23x23

Galalina, Carlo Minafra.
Esp.: Napoli 1920.
Bibl.: Foscarini 1936, p. 256.

Per la sua tempra morale, la figura di Carducci impressionò vivamente Martinez  che lo ritrasse anche in numerosi disegni e  lo menzionò più volte nei suoi appunti. Non a caso è questa una delle prime opere esposte dallo scultore.

I.19

Scugnizzo (Popolano con berretto), 1920 dat.

testa, terracotta, cm. 34x19,5x22,5
Galatina, Rosa Alba Martines.
Sui collo, a sinistra, "G. Martinez 920".

Esp.: Bari 1974; Galatina 1981; Bologna 1982.
Bibl.: De Pisis 1925; P. S. in "II Messaggero", 16 febbraio 1937;Marino 1971; Miccoli-Colazzo 1974, p.2, fig. 1; De Marco 1981, p. 5; Bellonzi -Servolini 1982, p. 6.


Ancora fortemente influenzata dal naturalismo ottocentesco della scuola napoletana questa testa unisce alla rudezza e alla velocità del modellato alla Medardo Rosso (del quale sembra rievocare il celebre Scugnizzo, detto anche il Birichino) la ricerca di una sintesi volumetrica più moderna.
L'opera piacque molto a De Pisis che la osservò nel '25, in occasione di una sua visita allo studio di Martinez: "ricordo anche" egli scrisse, "una bella testa di ragazzo in terracotta che non ha nulla da invidiare a certe teste ... che si ammirano come oracoli in certi Musei".

I.20

Volto di donna, 1920 dat.

bassorilievo, gesso, cm. 45x45

Galatina, Museo Civico (inv. n. 15).
In basso, a destra: "G. Martinez 1920"
.

 

I.21

Fanciullo, 1920 dat.
testa, gesso, cm. 32x21 x 12,5
Galatina, Rosa Alba Martines.

Sul collo,adestra: "G. Martinez 1920".
Altri esemplari:
a) Galatina, Rosa Alba Martines: bronzo

Esp. Galatina 1981; Legnago 1982.
b) Bibl: Miccoli-Colazzo 1974 [p. 2]; De Marco 1981, p. 7.


Potrebbe trattarsi di uno studio preparatorio per il Bimbo assonnato dell'anno successivo (I. 22),

I.22

Bimbo assonnato, 1921

busto, terracotta dipinta Ubicazione ignota.

Galatina, Mario Congedo

In basso, a destra: "G.Martinez"

Esp.: Roma 1939 (III Quadriennale)
Bibl.:A. N. 1939; Maselli 1939, Serra 1940; Sapori 1949, p. 347; Petrucci 1971, fig. 159.


L'opera, nota da una foto dell'Archivio Minafra e dalla bibliografia, è fra le più riuscite del "periodo di provincia", e registra il progressivo affrancamento dal naturalismo narrativo a favore di una più avanzata ricerca volumetrica (ravvisabile soprattutto nella forma molto regolare della testa) e di un sentimento più concentrato e indefinito.
Martinez sembra cogliere un momento di stanchezza di uno scolaretto sui banchi di scuola, fermando come in un'istantanea fotografica il passaggio dalla veglia al sonno. "Un lembo del colletto sollevato, le labbra un po' cadenti, gli occhi chiusi, quel lieve cadere della testa.
Le orecchie a sventola" denotano un'attenta "ricerca del vero"(Serra).

I.23

Ritratto di vecchio, 1922 dat.

testa, gesso, cm. 41x33x30

Galatina, Museo Civico (inv. n. 65).

A destra: "G. Martinez 1922".

 

 

PAGINA PRECEDENTE

 

 

 

Documentazione  GAETANO Martinez
 archivio prof. Carlo Minafra
via Grassi 43 - 73013 Galatina (LE)

PER INFORMAZIONI:  info@gaetanomartinez.it